Il Santuario

IL SANTUARIO DELLA MADONNA DI PORTO SALVO

Varie testimonianze fanno risalire al tempo della Ouarta Crociata (1202-1204), voluta da papa Innocenzo III e guidata dai capitani Bonifacio di Monferrato e Baldovino di Fiandra insieme al doge veneziano Enrico Dandolo e mai giunta in Terrasanta ma deviata su Costantinopoli, la presenza ignota di una immagine di Maria Madre di Dio in una grotta alla radice del Vallone detto, appunto, della Madonna.

Il primo a farne cenno è lo storico e scrittore Fazello che nel 1568 racconta la presenza di ” una cappella consacrata a Maria in una grotta”. Vent’otto anni dopo, nel 1596, il cronista Lorenzo d’Anania conferma che «arde continuamente una lampada davanti alla immagine di Nostra Dama cui non è mancato l’olio rifornitovi sempre da nocchieri cristiani e maomettani». Più tardi, nel 1623, Felice Astolfi precisa che « … trovasi a Lampedusa una cappella con dentro l’immagine della Madonna … » e nel 1655 il viaggiatore Pagnozzi aggiunge « … degna di gran venerazione è la Madonna di Lampedusa dagli stessi turchi onorata e riverita … »

Persino il corsaro spagnolo Contrares conferma e descrive l’esistenza e la forma della grotta che ospitava l’immagine della Madonna e conclude cristiani e turchi depongono colà viveri da servire per i naufraghi e gli schiavi fuggiti. Però nessuno deve prendere più del necessario. Se lo facessero sarebbe impossibile per costoro riuscire ad uscire dal porto».

Più precisa è la citazione dello scrittore Francesco Maggio (1657): «La bellissima statua della Madonna di Trapani, scolpita a Cipro nell’anno 730 e da Gerusalemme trasferita da alcuni cavalieri templari della città di Pisa, correndo tempesta il naviglio che la portava, sì salvò in Lampedusa. Di essere ivi stata la statua di Nostra Signora ne serba la memoria in fino a oggi una piccola “chiesetta cui anche i barbari sogliono venerare”

Le notizie più dettagliate le fornirà il governatore della “nuova colonia” Bernardo Maria Sanvisente, nella sua minuziosa relazione a Ferdinando II. A proposito della «cappella consacrata a Maria in una grotta» così scrive: «Nel Vallon de la Madonna eravi una chiesetta con antichi abituri, una casa diroccata e diverse grotte. Nella chiesetta, che trovai in meschino stato, eravi una statua della Vergine mutilata e gettata al suolo. La feci restaurare e disposi che ogni 22 settembre si cantasse una messa onde solennizzare il giorno del restauro e del possesso dell’isola avvenuto il 22 settembre 1843 quando con due piroscafi ed a nome del governo borbone sbarcammo a Lampedusa.

La chiesetta suddetta serviva dapprima a doppio uso. Infatti, al mio giungere nell’isola, all’ingresso c’era una stanza chiusa da un cancello e tutt’intorno alcuni sedili di pietra ed altre cose all’uso della religione dei turchi. Questo locale serviva per gli arabi che transitavano per qua e desideravano fare le orazioni di loro religione. Più in fondo, aperto il cancello, si presentava un secondo locale ove i fedeli che desideravano visitare la miracolosa immagine trovavano l’altare cristiano con sopra la Santa Vergine già mentovata».

Da questo racconto si potrebbe dedurre che già da allora, nei fatti più che nelle intenzioni, ancora oggi declamate ma poco realizzate, l’unità delle religioni, almeno delle due antagoniste storiche, quella dell’Islam e quella di Cristo, era stata realizzata nella piccola sperduta isola di Lampedusa e ai piedi di una statua della Madonna.

In merito al «doppio uso» cristiano e maomettano descritto dal Sanvisente la leggenda vuole che nella chiesetta abitasse un eremita che possedeva

spiccate qualità di diplomatico. Quando a visitare la chiesetta erano i maomettani (turchi) l’eremita innalzava in qualche luogo una bandiera con la mezzaluna; quando a visitarla erano i cristiani innalzava una croce. In tal modo l’eremita otteneva dagli uni e dagli altri aiuti e protezione senza compromettersi. Dopo il restauro fatto eseguire dal Sanvisente la chiesetta assunse la forma attuale e la statua della Madonna, in pietra pesante circa 150 chili e di fattura alquanto primitiva, prese il nome di Madonna di Porto Salvo perché eletta a protettrice della gente del mare. Durante l’ultimo conflitto mondiale un bombardamento aeronavale, distrusse gran parte della cittadella e delle fortificazioni difensive, non risparmiò il santuario pur lasciando intatta la statua della Madonna. E poiché non ci furono vittime umane, la popolazione di Lampedusa è, ricostruì il piccolo tempio in segno di riconoscenza alla Vergine protettrice. Il parroco, l’attivissimo sacerdote don Giuseppe Policardi, ha provveduto

e provvede con generosità personale alla manutenzione del piccolo santuario e lo ha abbellito con un giardino fiorito di notevole bellezza. I necessari restauri annuali, che esegue con cura e dedizione, sono sostenuti dalle offerte che provengono in massima parte dai lampedusani emigrati. Accanto al Santuario sono accessibili alcune grotte, ampie e intercomunicanti, che sono le medesime nelle quali si rifugiavano naufraghi e schiavi fuggiaschi e, più tardi, utilizzate anche dai primi coloni trasferiti a Lampedusa con il governatore Bernardo Maria Sanvisente.

Sono visibili sia le primitive pavimentazioni in pietra grezza sia gli incavi in cui erano infilate le estremità dei pali della grande mola usata per la macinatura del grano.

Accanto ad una grotta, e tuttora attiva, c’è una grande cisterna che raccoglie l’acqua piovana che vi confluisce dai sovrastanti canali naturali. Una doppia vaschetta in pietra serviva e serve per il travaso dell’acqua prelevata con i secchi e da qui canalizzata verso un imbuto in pietra sotto cui si poneva il recipiente in modo che nessuna goccia andasse perduta o bagnasse i piedi di coloro che attingevano.

indipendentemente da ogni motivazione religiosa, è interessante visitare questo santuario perché è uno dei pochissimi reperti quasi archeologici reperibili nell’isola. Appartiene comunque alla storia-leggenda di Lampedusa.

Tratta da “Le Isole del Sole” di Enzo Mancini

U. Mursia Editore S.p.A. – Milano